VIOLENZA

Inutile stare qui a chiedervi se conoscete questa parola, credo che non ci sia persona al mondo che non abbia visto, vissuto, fatto o subito violenza.

Già questa cosa mette una certa tristezza, ma tant’è , stucchevole star qui a recriminare per la deriva che ha preso la società, non sono io la persona giusta per giudicare ne questo è l’articolo giusto per affrontare un tema che forse non ha un vero finale.

Violenza è un termine, un concetto comune nelle vite di tutti noi, basta aprire un social, guardare un telegiornale o sfogliare qualche quotidiano e fra un po’ di politica, una spruzzata di gossip e un pizzico di sport la violenza è li che si prende e non molla il suo posto da prima della classe.

La violenza è l’uso intenzionale della forza, della minaccia o del potere per causare danno, paura, sofferenza o privare qualcuno della propria libertà o dei propri diritti.

Può essere di diversi tipi:

  • Fisica: percosse, ferite, aggressioni.
  • Psicologica: minacce, umiliazioni, intimidazioni, controllo.
  • Verbale: insulti, minacce o parole usate per ferire o intimidire.
  • Sessuale: qualsiasi comportamento o contatto sessuale senza consenso.
  • Economica: impedire a una persona di disporre liberamente del proprio denaro o delle proprie risorse.
  • Digitale: molestie, minacce o persecuzioni attraverso internet e dispositivi elettronici.

Generalmente quando parliamo o pensiamo alla violenza immediatamente la colleghiamo alle aggressioni fisiche. In realtà, esiste anche una forma di violenza meno visibile, ma non per questo meno importante: la violenza psicologica. Essa può lasciare ferite profonde, anche se non sempre sono visibili dall’esterno.

La violenza psicologica consiste in comportamenti che hanno lo scopo, o l’effetto, di ferire, umiliare, intimidire o controllare un’altra persona. Può manifestarsi attraverso insulti, minacce, ricatti, critiche continue, manipolazioni, isolamento dagli amici e dalla famiglia oppure attraverso il controllo delle attività e delle relazioni della vittima.

Uno degli aspetti più pericolosi di questo tipo di violenza è che può svilupparsi gradualmente. All’inizio alcuni comportamenti possono sembrare semplicemente gelosia, preoccupazione o discussioni normali. Con il tempo, però, il controllo può diventare sempre più forte e la persona che lo subisce può iniziare a sentirsi insicura, colpevole o incapace di prendere decisioni autonomamente.

Dal punto di vista mentale, subire violenza psicologica può avere conseguenze importanti. La persona può perdere fiducia in sé stessa e sviluppare ansia, paura, tristezza, senso di colpa e bassa autostima. Può inoltre arrivare a dubitare delle proprie capacità e persino della propria percezione degli avvenimenti. In alcuni casi, le conseguenze possono continuare anche dopo la fine della relazione o della situazione violenta.

Un altro elemento importante è che la violenza psicologica può verificarsi in diversi contesti: all’interno della famiglia, nelle relazioni sentimentali, a scuola, sul posto di lavoro e anche attraverso i social network. Nel mondo digitale, per esempio, minacce, messaggi offensivi, diffusione di contenuti personali e persecuzioni online possono diventare strumenti di pressione e intimidazione.

Prima ho suddiviso la violenza in diverse tipologie ma la realtà ci dice che quasi sempre laddovè c’è violenza non si presenta in una sola e distinta forma ma salta abilmente fra le diverse tipologie…

Può iniziare sotto forma verbale per poi trasformarsi in qualcosa di fisico e poi toccare anche aspetti psicologici.

Il vero problema non è tanto la violenza nelle sue varianti, anche se la sola manifestazione sarebbe già troppo, ma quanto negli ultimi anni si sia drammaticamente accettato e normalizzato la sua presenza nelle nostre vite.

Quello che noto è che in qualche modo la violenza attira, fa like, crea interesse e movimento attorno a se..

Porta con se un “aura” incredibile

Quanto è figo raccontare agli amici di aver visto una rissa, un furto, una litigata, durante quella narrazione siamo al centro del mondo, abbiamo tutti gli occhi e le orecchie per noi, la gente penda dalle nostre labbra..

Provate a raccontare di aver visto un abbraccio, un bacio, un gesto di gentilezza, dubito che avrete molto seguito e che l’attenzione sarà tutta su di voi.

Non ci credete ? Provate !!

Un discorso diverso invece va fatto quando siamo noi le vittime di quella violenza…

Eh già quando il protagonista che subisce, nel video, nell’articolo di giornale sei tu, un tuo caro o una persona a noi vicina la prospettiva e il modo di vedere le cose cambia.

Improvvisamente diventiamo i paladini dei diritti vicili, siamo pronti a giudicare e criticare qualsiasi forma di violenza, iniziamo a rievocare ogni singola situazione in cui pensiamo/riteniamo di aver subito violenza, diventiamo le vittime di un sistema ormai alla deriva, ne abbiamo per tutti, alziamo la voce e vogliamo creare un certo “movimento” attorno a quanto ci è accaduto..

Il punto è che anche in questo caso non è tanto la violenza in se che ci fa muovere ma la ricerca “malata” di attenzione, like e appoggio popolare.

Non si sa perchè ma la violenza molto spesso è riconosciuta solo se assume una rilevanza sociale, in poche parole : se gli altri lo vengono a sapere e se crea interesse.

Con questo non voglio essere estremista e dire che la violenza “piace”, ma non dispiace …

La violenza può creare interesse perché provoca emozioni molto forti e attira l’attenzione. Non significa necessariamente che alle persone piaccia la violenza.

Alcuni motivi sono:

  • Paura e curiosità: ciò che è pericoloso o imprevedibile tende a catturare la nostra attenzione.
  • Emozioni intense: scene violente possono provocare adrenalina, tensione, rabbia o shock.
  • Istinto di protezione: il cervello presta particolare attenzione alle situazioni che possono rappresentare una minaccia.
  • Curiosità verso ciò che è proibito o insolito: eventi estremi possono sembrare più interessanti proprio perché escono dalla normalità.
  • Media e social: film, videogiochi, notizie e contenuti online possono rappresentare la violenza in modo molto evidente, aumentando la curiosità del pubblico.
  • Bisogno di capire: a volte l’interesse nasce dal desiderio di comprendere perché una persona abbia compiuto un gesto violento o quali siano state le conseguenze.

Quindi interesse e approvazione sono due cose diverse: una persona può essere molto interessata a capire la violenza senza considerarla positiva o desiderare che accada.

Negli ultimi tempi proprio a riprova di come si tenti in ogni modo di normalizzare la violenza, immediatamente dopo l’atto di violenza arrivano due cose :

da una parte lo sdegno di chi non approva o finge di non approvare

dall’altra chi giustifica il gesto avanzando teorie davvero stravaganti e cercando sempre di deresponsabilizzare chi la compie dando la colpa al “sistema”, alla “società”, al contesto culturale ma mai riconoscendo la violenza per ciò che è davvero.

Qualcuno sicuro ora parlerà di legittima difesa e quindi di violenza in risposta ad altra violenza, ma non intendo parlare o scrivere di questo qui, poichè andrei troppo fuori rotta e rischierei di dare forma a pensieri che esulano dall’articolo, anche perchè in questi casi io non la chiamo più violenza ma “spirito di sopravvivenza”.

La violenza è violenza punto

Sono anche convinto che la violenza non si possa di per se combattere perchè è insita nell’essere umano, con questo non sono qui a fomentarla o acclamarla ma piuttosto che fare retorica dico che sarebbe il caso di prevenirla, gestirla e punirla laddove si manifesti senza una condizione di “pericolo di vita e autodifesa”.

Ritengo proprio che questo sia il punto focale relativo alla violenza e al suo incessante dilagare :

la mancata conseguenza e quindi punizione nei confronti di chi fa violenza

L’essere umano nella sua complessità ha però degli schemi mentali abbastanza basici e laddove impara che se compie una determinata azione la sua libertà viene compromessa tende ad inibire o comunque a riflettere prima di agire, se invece è sicuro o anche parzialmente sicuro di non subire punizioni è più facile che il suo sistema inibitorio ed il controllo dei propri impulsi sia più “leggero” e permetta quindi il manifestarsi di certi atteggiamenti, emozioni e impulsi.

Giorno dopo giorno impariamo invece che la violenza non sempre, per non dire quasi mai viene davvero perseguita e punita in modo commisurato o comunque la tendenza è sempre quella di giustificarla per mitigarne poi le successive azioni.

Ma allora, perché sembra che chi fa del male la faccia franca?

Perché esiste una differenza tra tre cose:

  • La giustizia prevista dalla legge: ciò che dovrebbe accadere secondo le norme.
  • La giustizia concreta: ciò che le istituzioni riescono effettivamente a fare.
  • La giustizia percepita: ciò che le persone vedono quando osservano le conseguenze delle proprie azioni.

Quando queste tre cose non coincidono, nasce un senso profondo di impotenza e sfiducia.

Il mix tra mancata punizione e senso di sfiducia in chi dovrebbe difenderci fa nascere nelle persone un senso di tristezza, rabbia e paura che fanno emergere il lato più primitivo e animale.

La violenza va perdonata ?

Che domandona questa !! Esiste davvero una risposta universale ?

Come molte altre risposte, anche questa, rientra nell’ambito della soggettività, ognuno di noi ha un suo modo di vedere le cose e di reagire alle cose, ognuno di noi si è già trovato nella sua vita in una situazione in cui poteva scegliere se perdonare o meno, se dare un’altra possibilità o chiudere un rapporto…

Anche con la violenza vale lo stesso discorso, dipende da noi, da che cosa abbiamo subito, visto, letto e dipende anche da quanto siamo condizionabili.

Secondo me, la violenza non deve necessariamente essere perdonata. E nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a farlo.

Dipende da cosa intendiamo per perdono, ma ci sono alcune distinzioni fondamentali.

1. Perdonare non significa giustificare

Puoi anche arrivare a perdonare una persona senza considerare accettabile ciò che ha fatto. Comprendere perché qualcuno sia diventato violento non significa giustificare le sue azioni.

Avere un motivo per fare del male non significa avere il diritto di farlo.

2. Perdonare non significa permettere che accada di nuovo

Una persona può perdonare e, allo stesso tempo, decidere di allontanarsi, interrompere una relazione o mettere dei limiti.

Non devi rimanere accanto a qualcuno che ti fa soffrire per dimostrare di essere una persona buona.

3. Il perdono non sostituisce la giustizia

Anche se una vittima perdona chi le ha fatto del male, questo non cancella automaticamente le responsabilità di chi ha commesso la violenza.

Chi ha fatto del male deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Il perdono non dovrebbe diventare una scusa per evitare le conseguenze.

4. Non perdonare non significa essere una persona cattiva

A volte una persona riesce a perdonare; altre volte non ci riesce, oppure non vuole farlo. Entrambe le possibilità sono comprensibili.

Non sei obbligato a perdonare per guarire, per andare avanti o per dimostrare di non provare rancore. Puoi ritrovare serenità anche senza riconciliarti con chi ti ha ferito.

Credo che sia importante distinguere tra perdonare una persona e accettare ciò che ha fatto. La dignità umana può permetterci di credere che qualcuno possa cambiare, ma questo non ci obbliga a dargli un’altra possibilità.

Il cambiamento autentico richiede responsabilità, rispetto e fatti concreti, non soltanto delle scuse.

Vorrei lasciarti con una riflessione: il perdono dovrebbe essere una scelta libera di chi ha subito la violenza, non un dovere imposto dalla società.

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